<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-23770279</id><updated>2011-12-15T03:44:56.812+01:00</updated><title type='text'>archeologiafamosa</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://archeologiafamosa.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/23770279/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://archeologiafamosa.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>archeo</name><uri>http://www.blogger.com/profile/10074785289354083076</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>14</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-23770279.post-589889179143568658</id><published>2008-04-13T13:10:00.001+02:00</published><updated>2008-04-13T13:12:39.383+02:00</updated><title type='text'>DA TISCALI SPETTACOLI</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://1.bp.blogspot.com/_7_q4qvFjkAA/SAHqlp6zwqI/AAAAAAAAAAc/-6FH4eDpaRc/s1600-h/falchi309.jpg"&gt;&lt;img style="float:left; margin:0 10px 10px 0;cursor:pointer; cursor:hand;" src="http://1.bp.blogspot.com/_7_q4qvFjkAA/SAHqlp6zwqI/AAAAAAAAAAc/-6FH4eDpaRc/s400/falchi309.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5188686178336096930" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il ciak di Anna&lt;br /&gt;"Caro Carlo, che grandi e grosse risate"&lt;br /&gt;di Anna Falchi (www.annafalchi.it)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il grande Carlo Verdone con Grande, grosso e verdone ritorna a rivestire il doppio ruolo di attore e regista dopo la parentesi dei due "manuali d'amore" di Giovanni Veronesi dove Carlo fu solo attore. Ma questa volta non riprende quell'importante percorso che ha origini lontane con Al lupo al lupo o Maledetto il giorno che ti ho incontrato e che trovava ne L'amore è eterno finché dura e ne Il mio miglior nemico il suo culmine, dove l'autore romano lavorava su una commedia limpida e allo stesso tempo articolata. Anche nel bel film corale Ma che colpa abbiamo noi e in Sposerò Iris Blond eravamo di fronte a film più europei, più maturi - alla Woody Allen prima della sua fase thriller/noir per intenderci.&lt;br /&gt;Un mucchio di risate - Ora dopo dodici anni da Viaggi di nozze e a quasi trenta anni da Un sacco bello e Bianco, Rosso e Verdone (che compongono insieme allo splendido Borotalco il trittico del suo magnifico esordio) torna a farci ridere e riflettere riproponendo alcune delle sue celebri maschere che incarnano l'ingenuità, i vizi a volte anche le perversioni e le fobie dell'italiano medio. Queste maschere hanno origini lontane che nascono dagli sketch che Verdone faceva per la trasmissione Non Stop e negli anni poi sono maturate: ora con questo film Verdone ha ricontestualizzato al giorno d'oggi tutti i suoi antieroi. Enzo, da Ivano, passando per Armando Feroci de Il gallo cedrone è oggi il malinconico Moreno Vecchiarutti. L'introverso e iellato Mimmo, passando per Giovannino oggi è diventato Leo Nuvolone. Mentre Furio, da Raniero è diventato il Professor Callisto Cagnato.&lt;br /&gt;Un'ottima sceneggiatura - Grande, grosso e Verdone è un film che, pieno di soluzioni narrative, ha una stupenda sceneggiatura, scritta dallo stesso Verdone col maestro Piero De Bernardi (che firmò anche il capolavoro Compagni di scuola) e Pasquale Plastino. Questa volta Verdone ha deciso di non montare in modo alternato i vari personaggi ma di dare alle storie un ordine consequenziale. Quindi, a detta dello stesso autore, potremmo parlare anche di tre film diversi, ognuno dei quali ha una sua specificità precisa.&lt;br /&gt;L'irresistibile famiglia Nuvolone - Il primo episodio all'insegna del "candore" (parafrasando Verdone stesso), quello della famiglia Nuvolone è, dei tre, quello più grottesco, ma laddove "grottesco" è inteso in senso positivo, alla Henri Bergson o alla Checov - che Verdone conosce molto bene. Il regista doppia anche i due figli con lo stesso timbro di voce su frequenze diverse e in più alla persona che originariamente ispirò la caratterizzata voce di Mimmo fa interpretare il ruolo del fratello Quirino. Il duetto tra i due fratelli è irresistibile. Poi appare per la prima volta sullo schermo Massimo Marino, personaggio di culto della tv trash underground romana, che ogni volta che apre bocca fa cadere giù la platea dalla risate. Inoltre in questo episodio Verdone è spalleggiato da Geppi Cucciari, nel ruolo della moglie, che conferma le sue grandissime doti comiche. Succede di tutto di più: eventi sfortunati, a ripetizione e di "fantozziana" memoria si abbattono sulla povera, ingenua famiglia Nuvolone.&lt;br /&gt;Il Professor Callisto e l'arte - Il secondo episodio con il personaggio del Professor Callisto Cagnato è quello più oscuro, più cupo, indirettamente c'è come una critica politico-sociale, specie in una scena fortemente emblematica dove il professore quando va a prostitute incontra un politico: e qui Verdone per pochi attimi ci regala la fantastica maschera del cugino nevrotico di Ruggero di Un sacco Bello, quello che aveva sempre la calcolatrice alla mano. In questo episodio ci sono grandi riferimenti alla storia dell'arte e dell'archeologia, perché Verdone è prima di tutto un fine intellettuale. Figlio di intellettuali. Che ha avuto come maestri Rossellini, Sordi, Leone.&lt;br /&gt;La genuina umanità di Moreno e Enza - Il terzo episodio è sulla grande umanità che trapela dalla maschera di Moreno Vecchiarutti. C'è qui un attacco indiretto al falso perbenismo, alla televisione che crea mostri, alla volgarità, quella vera, inquietante e perversa che si cela nelle sfere più leccate, altolocate e patinate della società che si contrappone alla autentica e genuina umanità di Moreno e Enza (l'ottima Claudia Gerini).&lt;br /&gt;Nel cinema di Verdone tuttavia da sempre dietro alla facciata comica o umoristica convivono elementi di cinica satira e dietro alle sue maschere sempre un doppio fondo agrodolce.Un grande plauso al giovane talento Emanuele Propizio (eccezionale già in Mio fratello è figlio unico dove impersonava Elio Germano giovane) che qui è Steven, il figlio che accompagna in vacanza la coppia in crisi. Propizio è bravo, naturale, ha una grande presenza, prevedo per lui una carriera radiosa. E poi Claudia Gerini è bravissima, ha dei tempi comici straordinari.&lt;br /&gt;Un cast di belle e affascinanti - Il film è arricchito da tante altre adorabili presenze femminili: Eva Riccobono (modella per la prima volta sullo schermo), Clizia Fornasier (Notte prima degli esami 2), e la brava Martina Pinto. Verdone è infatti un regista che ama le attrici ed è tra i pochi ad avere un feeling eccezionale con le protagoniste dei suoi film, tante le ha lanciate, altre consacrate: Eleonora Giorgi, Ornella Nuti, Elena Sofia Ricci, Claudia Gerini, Margherita Buy fino ad Asia Argento, Laura Morante, Stefania Rocca. Insomma Grande, grosso e verdone è un film che consiglio a tutti, grandi e piccini tranne che alla categoria degli intellettuali snob.&lt;br /&gt;Cosa bolle in pentola - Adesso quale sarà il prossimo passo di Carlo Verdone? Forse tornerà a una bella commedia corale? Mah? Credo che Aurelio de Laurentiis già lo sappia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;script type="text/javascript"&gt;&lt;!--
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E riesce così a sventare una congiura che avrebbe portato allo sterminio dei Giudei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il libro di Ester è una pagina della Bibbia scritta al femminile. Straordinariamente al femminile, perché racconta di due donne coraggiose che hanno la forza di opporsi ai rigidi cerimoniali e alle ferree regole che presiedono alla vita di corte della capitale persiana, dove regna Assuero-Serse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le due donne – Vasti ed Ester – hanno nel film di Raffaele Mertes i volti rispettivamente di Ornella Muti e Louise Lombard, due bellezze mediterranee. Occhi verdi per Vasti. Occhi blu per Ester. La regina Vasti – il cui nome in lingua persiana significa "amata" – dovrà subire l’umiliazione del ripudio, perché rifiuta di farsi trattare come un soprammobile da esibire davanti alla corte. Ester, la piccola donna giudea che diventerà regina, sfiderà il sovrano per opporsi alla prima forma di pogrom pianificato dalle autorità persiane contro i Giudei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Copertina del dvd.Questa storia si snoda nella cornice sfarzosa della corte di Susa, città scelta da Dario I come capitale del grande regno e punto terminale della famosa Via Reale che iniziava a Sardi, antica città dell’Asia Minore posta sulle sponde del Mediterraneo. Il film descrive con stupefacente precisione questa reggia da Mille e una notte, nel cui harem si muovono eunuchi, donne bellissime e regine capricciose; ma dove si tessono anche congiure e intrighi, che spesso finiscono nel sangue.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il grande mago che ricostruisce questo mondo fantastico è Giovanni Viti, costumista di esperienza internazionale, cresciuto alla scuola di Enrico Sabbatini, uno dei più prestigiosi artisti del costume che il cinema italiano abbia mai espresso. Viti ha lavorato alla realizzazione dei costumi in film come Gesù di Nazareth di Zeffirelli, Mission e La città della gioia di Joffe, Giordano Bruno di Montaldo, opere dove i costumi "recitano" una loro parte importante. Qui, aiutato da Simonetta Leoncini, è stato impegnato in approfondite ricerche per restituire lo sfarzo degli abiti, delle acconciature e dei gioielli dell’epoca achemenide, periodo particolarmente felice della storia persiana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La capitale di un regno mitico&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima scena del film dà immediatamente l’idea di Susa come di una città prospera, nei cui mercati affluiscono beni da ogni parte del regno, che si estende dal fiume Indo al Sudan. Lo scenografo Paolo Biagetti attinge le idee architettoniche per realizzare la reggia e la città dalle informazioni che provengono dall’archeologia, dalla storia e dalla pagina biblica. Pochissimo è lasciato all’invenzione. Lo spettatore è gettato in un mondo lontano, misterioso e affascinante, ma realisticamente ricostruito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’autore sacro sembra aver visto con i propri occhi ciò che descrive; oppure pare aver attinto a una fonte di prima mano. Tutto il tessuto del libro di Ester è connesso con l’ambiente sociale e culturale persiano. La stessa parola-chiave Purim, che denomina la festa collegata al sovvertimento delle sorti per il popolo giudaico e che viene celebrata ancora oggi, è di chiara origine persiana. Alcuni anni fa, in uno scavo archeologico fu trovato un dado su cui era incisa la parola puru.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo grandi intuizioni scenografiche nel film Ester? Non solo. Intanto la storia di Ester è un thriller storico, un giallo ben congegnato che tiene il lettore con il fiato sospeso. La regia di Raffaele Mertes, qui alla sua opera prima, accentua questa caratteristica. Attraverso un abile montaggio in parallelo, conduce avanti il racconto scoprendo gradatamente le parti giocate dai vari personaggi e mantenendo in sospeso l’esito finale dei fatti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È un gioiello di equilibrio e profondità la recitazione di Fahrid Murray Abraham, l’indimenticabile Premio Oscar per l’interpretazione di Salieri nel film Amadeus. Qui è Mardocheo, lo scriba che ha allevato come una figlia la nipote Ester-Hadassa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Altrettanto preziosa è l’interpretazione che Thomas Kretschmann, che abbiamo visto recitare in La regina Margot e ne Il pianista, fa del re Assuero. Il regista accoglie la tradizione della storiografia antica che descrive il re Serse, solitamente identificato con Assuero, come un personaggio eccentrico e instabile. Kretschmann dà corpo alla figura istrionica del re interpretando con misura questo aspetto del suo carattere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma incantevole è anche la tenerezza che l’attore sa esprimere nell’incontro con Ester. Una scena d’amore giocata sui primi piani e sulla simbologia di una rosa, dono che Ester fa di sé ad Assuero. Il gesto di Ester nasconde la sapienza antica di una donna che conosce bene la forza della sua bellezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roberto Di Diodato&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;script type="text/javascript"&gt;&lt;!--
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Sul tavolo dei lavori, che vede il confronto tra studiosi italiani e statunitensi, alcuni temi che hanno caratterizzato la trama dei rapporti tra i due Stati a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, quali, ad esempio: archeologia e politica estera, l’influenza italiana sull’arte classica americana, il confronto sul concetto di identità dei due Paesi, la storiografia americana di fronte al Fascismo, lo studio dell’opera di Machiavelli negli Usa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parteciperanno all’incontro: Roberto de Mattei, professore di Storia Moderna all’Università di Cassino e di Storia del Cristianesimo all’Università Europea di Roma, Bruce Cole, presidente del Neh e autore di libri sul Rinascimento, Massimo Cultraro dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali (Ibam) del Cnr, Ingrid Rowland, professore nella sede romana dell’Università di Notre Dame School of Architecture, Wilfred McClay, professore di Storia all’Università del Tennessee, Massimo de Leonardis, professore di Storia delle Relazioni e delle Istituzioni Internazionali e di Storia dei Trattati e Politica Internazionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano, Francesco Perfetti, professore di Storia Contemporanea e di Storia delle Relazioni Internazionali all’Università Luiss di Roma, Angelo Maria Petroni, professore di Logica e Filosofia della Scienza all’Università di Bologna e membro del Consiglio di amministrazione Rai, Alfonso Berardinelli, saggista e critico letterario, Michael McDonald del Neh, autore di numerosi articoli scientifici sulla letteratura europea moderna, Luca Codignola, professore di Storia del Canada all’Università di Genova e Direttore dell’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea del Cnr, Pietro De Marco, professore presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Firenze.&lt;br /&gt;Tra i numerosi interventi tesi ad analizzare i rapporti tra Italia e Usa, uno studio di Massimo Cultraro del Cnr getta nuova luce su alcuni retaggi che hanno pesato sulla natura delle relazioni tra i due Stati tra fine Ottocento e Novecento.&lt;br /&gt;Il primo ha portato per lungo tempo a considerare semplicisticamente l’espansione coloniale italiana come espressione dell’imperialismo fascista. Il secondo è connesso ad un grande limite della storiografia europea: la scarsa conoscenza degli interessi degli Stati Uniti nella politica estera dei principali Stati europei, quali Francia, Gran Bretagna, Germania, Austria e Italia, negli anni successivi alla guerra civile americana (1861-1865).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La rilettura del sistema di relazioni, proposta da Cultraro partendo dall’ottica della storiografia statunitense, fa emergere con maggiore forza una particolare attenzione degli Usa verso i principali paesi europei dopo la Guerra di Secessione. «Dagli studi recenti», spiega il ricercatore, «appare sempre più evidente l’interesse mostrato dal governo di Washington nei confronti della complessa situazione europea, nella quale si intrecciano spinte di natura diplomatica con motivazioni di ordine economico, sociale e culturale, come appunto l’interesse per l’archeologia».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad avvalorare questa nuova interpretazione è la volontà, da parte dell’Istituto Americano di Archeologia, di finanziare le campagne archeologiche che l’Italia aveva intrapreso a Creta, isola che ha sempre ricoperto un ruolo importante nello scenario geopolitico mediterraneo. Uno scacchiere il cui equilibrio era determinato anche dalla sopravvivenza dell’Impero Ottomano garantita, dopo la rivolta anti-turca (1866-1868), da un accordo tra le principali potenze. «All’interno di questo clima», continua il ricercatore, «prende le mosse, nel giugno del 1884, l’avventura di un giovane studioso di epigrafia, Federico Halbherr (1857-1930), nato a Rovereto in terra austriaca, ma italiano per credo e formazione culturale, al quale si devono importanti scoperte nel campo scientifico, come la celebre Iscrizione di Gortina, documento del V secolo a.C. Grazie ai contatti con il console americano William James Stillman (1828-1901) - collezionista e appassionato di archeologia, figura che condensa lo stretto legame tra scienze umane e diplomazia - i rapporti tra Italia e Usa diverranno sempre più stretti: Halbherr infatti otterrà finanziamenti per realizzare le ricerche a Creta e, nello stesso tempo, l’ottimo lavoro sul campo degli italiani avrebbe arginato l’inserimento e l’ascesa di altri archeologi europei, conferendo prestigio internazionale agli Stati Uniti».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con l’evolversi della situazione politica in Occidente, anche presso il governo italiano prenderà corpo l’idea che, almeno al di fuori dei confini della patria, il dibattito culturale coincideva con le scelte in materia di politica estera.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;script type="text/javascript"&gt;&lt;!--
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Sembra comunque, in base ad altri passi dello stesso Vangelo di Luca e di quello, scritto in aramaico, di Matteo, discepolo del Messia, che Gesù sia stato concepito e generato prima della morte di Erode il Grande, che lo storico Giuseppe Flavio fissa nella sua "Guerra Giudaica" al 750 'ab urbe condita' e quindi la data suddetta andrebbe spostata indietro di quattro anni.D'altronde, ancora Luca dice, però, che Maria dovette recarsi a Betlemme per il censimento, quando governatore della Siria era Quirino e allora la data di nascita di Gesù dovrebbe essere spostata in avanti di 6/7 anni.Betlemme stessa, come luogo di nascita dei Messia, sembra poco probabile. Si tramanda così per accreditarne la discendenza da David, come volevano i testi profetici (Michea 4,1). E' più verosimile che sia nato a Nazareth, ma allora forse si sarebbe dovuto attribuire fiIologicamente a Gesù l'epiteto di Nazaretano e non di Nazareno, che significherebbe più propriamente appartenente alla setta nazarena di cui ci parla Epifanio.Quanto al giorno di nascita, poi, non si può asserire quasi nulla, in quanto i Padri stessi della Chiesa avevano suggerito, prima del IV secolo, varie date: 6 gennaio, 28 marzo, 2 o 19 aprile, 29 maggio e 18 novembre.Il 25 dicembre e' attestato dal 335/336 (evidentemente non si poté ufficializzarne la data prima del 313, anno dell'editto di Costantino, con cui si liberalizzava il nuovo culto cristiano) e poi e' riscontrabile nel 354 nel Cronografo Romano, che proponeva un elenco di martiri (Deposìtio Martyrum).Precedentemente Aureliano aveva voluto dedicare tale giorno al culto di Mithra, il dio dell'iranismo, uccisore del sacro toro, celebrato in antri e templi sotterranei, col suo corteo di sapienti e magusei detti pure pireti (accendítori del sacro fuoco). Ancora prima i Romani avevano dedicato il Solstizio d'Invemo al "Dies Natalis Solis Invicti", cioe' al disco solare, che una leggenda faceva nascere con un parto miracoloso dalla Vergine celeste, regina del mondo.Il culto solare, comunque, ha espressioni ben più antiche (Kheper, Atum, Ra e poi Aton presso gli Egízi, Baal a Baalbeck in Siria e inoltre presso Babilonesi, Assirí, in Persia etc.) Le analogie di data o di altro tipo con i precedenti culti pagani, tuttavia, sono più di una:&lt;br /&gt;il dio egizio Osiride aveva concepito in marzo il figlio Oro (Horas) e questi era nato il 25 dicembre&lt;br /&gt;per i Greci Dioniso era nato da un a vergine il 25 dicembre&lt;br /&gt;stessa data per la nascita verginale dei Budda&lt;br /&gt;gli Scandinavi festeggiano i natali di Freír, figlio di Odino e Frigga, al solstizio d'inverno&lt;br /&gt;i Saturnali erano le giornate (dal 21 dicembre a fine anno) in cui a Roma si festeggiava Cronos (Saturno), cui era anche dedicato l'ultimo mese dell'anno.&lt;br /&gt;Il 25 dicembre stesso e' una data errata. Era ritenuto infatti il giorno del solstizio d'inverno a causa del ritardo accumulatosi per le imprecisioni del calendario giuliano.Anche il 13 dicembre, a causa sembra dello steso tipo di errore, in senso inverso stavolta, era stato identificato come giorno solstiziale (cioe' quello più corto, e la notte e' detta 'notte della luce"). Ora si festeggia in tale data Santa Lucia, la santa della luce, in quanto martire accecata.La distanza, poi, fra le date dal 13 al 25 dicembre dal 25 dicembre al 6 gennaio è costituita da 12 giorni (noti come "calende" che valgono a rappresentare all'inizio dell'anno i 12 mesi futuri (presagio delle calende).Il ceppo o ciocco, che tradizionalmente si pone sul fuoco a Natale, deve continuare ad ardere (si spegne al mattino e si riaccende ogni sera) fino all'Epifania, per poterne trarre buoni auspici.Il ceppo messo a bruciare da' luce e calore, i medesimi doni del sole. E nella saga del nostro Medioevo troviamo l'Albero Secco, detto anche Albero del Sole.Ed ora siamo arrivati a parlare dell'Albero di Natale, albero di doni, cioè dispensatore di abbondanza e di ogni "ben di Dio" (allo stesso modo dell'albero della cuccagna), come principio di generatività. Nella simbologia dell'Eden c'e'un albero al centro dei mondo, l'Albero Cosmico, l'Asse del Mondo, forza che sostiene ed alimenta l'Universo; ne pone in comunicazione i vari livelli ed è simbolo del luminare maius, il sole.L'Albero del Mondo veniva raffigurato, nelle miniature medievali, con le radici rivolte verso il cielo, come gli alberi del Purgatorio di Dante, così come l'albero Acvattha indiano. Parallelamente, in altre mitologie, troviamo l'albero paradisiaco Haoma dei persiani, PAC bero del Vello d'Oro degli Argonauti, l'albero delle mele auree del giardino delle Esperidi, etc.Nel Nuovo Testamento il puiítuale corrispettivo dell'albero edenico e' l'albero della Croce (per la medievale Legenda Crucis la croce venne costruita col legno dell'albero piantato al centro dell'Eden).La scelta dell'albero come simbolo del Natale viene fatta risalire da una leggenda tedesca a Martiri Lutero. Non sempre si riscontra l'abete, bensì spesso anche altri alberi come la quercia (si ricorda a Dodona quella sacra a Zeus oppure quella *sacra ai Germani, che secondo un'altra leggenda San Bonifacio abbattè a Geismar, donando poi per compenso un abete), il leccio, il pino, il cedro, il cipresso, il frassino (quello di Odino ed 2 frassino Yggdrasil dell'Edda), l'alloro (che a Creta era chiamato l'albero del Sole), il ginepro (che avrebbe dato riparo alla Sacra Famiglia in fuga verso l'Egitto), l'agrifoglio, il caprifoglio, il pungitopo, il vischio (che i sacerdoti celti della Gallia, cioè i druidi, vestiti di bianco, saliti su di una quercia, nei giorno del solstizio, come ci descrisse fedelmente Plinio il Vecchio, tagliavano con una piccola falce d'oro per farne cadere un rametto su di un candido lino), il biancospino, il rosmarino,la rosa di Natale, la rosa di Gerico, l'edera.La distribuzione dei doni, in particolare ai bambini, non viene realizzata sempre e dovunque sotto l'albero, ma pure con la consegna diretta da par,.e dì Gesù Bambino, o di Babbo Natale o dei suoi corrispondenti russi Nonno Inverno o Nonno gelo (Died Moroz). Ne' avviene costantemente a Natale, ma pure all'Epifania (con i Re Magi o la Befana, la "Vecchia" che si brucia o si sega, per 'buttar via" l'anno trascorso), a Capodanno (festa della Circoncísione di Gesù e festa pure della Madre di Cristo); San Silvestro, che invece ricorre il giorno prima, 31 dicembre ultimo giorno dell'anno, e' il battezzatore di Costantino, l'imperatore che ha cristianizzato l'Impero Romano (la chiesa di S. Sílvestro a Roma è sorta sull'area del tempio dei sole di Aureliano: altro esempio di sovrapposizione di culti pagani).In alcune zone viene effettuata, invece, alla ricorrenza di Santa Lucia (13 dicembre) o di san Nicola di Bari -San Nicola di Myra- (ricorrente il 6 dicembre) Santa Claus (San Niklaus) per i Tedeschi e St. Nick per gli Scandinavi ovvero il pìu' antico progenitore del nostro attuale Babbo Natale che ogni anno riparte dalla sua casa finlandese (a Rovaniemi, in Lapponia) su dì una slitta carica di doni trainata da renne.Un accenno ai Magi ed al loro corteo, guidato dalla cometa resasi visibile nella costellazione del Leone, simbolo della Giudea. A tale stella faceva riferimento, nel Vecchio Testamento (Numeri 24, 17) la profezia di Balaam, indovino chiamato da Balac, re dei Moabiti, che vedeva insidiato il suo regno da Mose'; sembra che di essa fossero al corrente. i sacerdoti persiani del profeta della religione iranica Zarathustra (Zoroastro).Dei Magi parla il Vangelo di Matteo, anche se non svela il mistero della loro regalità ne' della provenienza e non ne menziona neppure il numero. Si pensa che col termine Magi o Magusei si indicassero, allora i sapienti ed i sacerdoti delle religioni orientali. In seguito vennero confusi con i sacerdoti babílonesí (mediorientali), i Caldei, dediti allo studio degli astri, di qui la identificazione con indovini, negromanti, maghi. Il numero più attestato nelle fonti e', come noto, tre e tre sono anche quelli rappresentati nella piu' antica pittura conservata: quella del III secolo della cappella greca nella catacomba di Priscilla a Roma. Che fossero poi Re e' altrettanto incerto e quanto ai loro nomi ne appaiono diversi, in svariati documenti, tutti comunque abbastanza tardi (VI IX sec.) La medievale leggenda aurea di Jacopo da Varagine (Varazze) (ca. 1230 -1298) ne riporta i nomi greci, ebraici e latini: tutti ben differenziati fra di loro.I doni tradizionalmente recati hanno indubbiamente un significato simbolico: infatti l'oro e' segno della regalita', l'incenso della natura divina della missione di Cristo e la mirra del suo destino mortale.Rimane da dire qualcosa ancora del Presepe, di cui i Magì sono immancabili comparse. Il primo presepe (vivente) sembra sia stato quello rappresentato a Greccio (vicino a Ríeti) da San Francesco d'Assisi, il Natale del 1223, secondo quanto racconta il suo cronista Tommaso da Celano (1190 -1260). Forse non tutti sanno, invece, che la basilica romana di Santa Maria Maggiore, nella quale fu celebrata da Onorio VI la prima Messa di Natale, e' detta anche di Santa Maria "ad Praesepe', in quanto custodisce reliquie della Santa Culla (cioe' tavole della mangiatoia di Betlemme). La costruzione di presepi ha raggiunto spesso, nel. corso dei secoli, elevati livelli di espressione artistica. Alcuni pregevoli esempi, fra i tanti ivi conservati, possono essere ammirati anche presso il Museo del Presepe a Brembo di Dalmine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;FULVIO SCALABRIN (da &lt;a href="http://www.gruppoarcheologicobergamasco.org"&gt;www.gruppoarcheologicobergamasco.org&lt;/a&gt;)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;La "Cappella Sistina" dei Maya&lt;br /&gt;Aristide Malnati &lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una camera affrescata a colori vivaci e intensi, con raffigurate le scene dei principali miti e delle divinità di base del vasto pantheon maya, identificata da archeologi americani nella zona di El Peten, nel Guatemala del nord.Una volta tanto ci allontaniamo dalla consueta indagine delle civiltà mediterranee, volta a seguirne e a presentarne le scoperte di maggior peso, e ci avventuriamo nell’esplorazione della civiltà maya, fiorita in un’area lontana e periferica rispetto alla classicità. Sembra non inutile ricordare come la civiltà maya, storicamente manifestatasi in America Centrale, ha origini assai lontane nel tempo: i primi insediamenti si possono collocare attorno al 1500 a. C., anche se è solo attorno al 300 a. C., che sarebbe avvenuto il passaggio a una vera e propria struttura sociale urbanizzata.Con le città, simili a cittàstato, che tanto ricordano le "pòleis" greche, si è diffusa una cultura uni-forme in tutto il territorio maya; centri pienamente e armonicamente sviluppati, come Tikal, Copan, Bonampak e Palenque, rimasere fiorenti fino attorno all’ 800-900, quando potenze straniere della regione destabilizzarono i centri maya e ne avviarono l’inesorabile declino. Ecco un primo punto fermo, una piccola rivoluzione messa in atto da una recente scoperta archeologica, che concerne Cancuen, maggior centro maya dell’epoca.&lt;br /&gt;"L'ottimo stato delle pitture mostra che gli antichi Maya erano giunti a un alto grado di sofisticazione e di eleganza molto prima del periodo classico della loro civiltà, che risale al VII secolo d.C.".William Saturno, University of New Hampshire &lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/5501/2458/1600/SANBORTOLO.jpg"&gt;&lt;img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://photos1.blogger.com/blogger/5501/2458/320/SANBORTOLO.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;San Bortolo - Il disegno del grande murale e un suo particolare in foto e disegnato&lt;br /&gt;"Siamo autori di un piccolo rinnovamento nel campo degli studi precolombiani! Possiamo dirlo con buona certezza: i Maya non scomparvero in seguito all’arrivo dei conquistadores spagnoli, ma al termine di un lungo processo di decadimento, che fu innescato da un fatto di sangue avvenuto attorno all’800 d. C. e di cui abbiamo trovato le evidenze archeologiche”.E’ perentorio nelle sue conclusioni Demarest. Gli archeologi nell’ultima campagna di scavo, conclusa recentemente, si sono imbattuti nei resti dell’evento cruciale del declino dei Maya: la distruzione del centro abitato di Cancuen, all’epoca il più fiorente di tutto il regno grazie agli ingenti commerci con l’intera regione mesoamericana, e l’esecuzione rituale di 50 maggiorenti della corte reale, che lì risiedeva.Ma non è tutto: il nemico "invisibile" non solo eliminò l’intera Dinastia reale, ma distrusse simboli del culto e del potere politico (statue, monumenti), determinando di fatto l’impossibilità di ripresa a qualsiasi livello. Il team di ricercatori americani, che si avvale della collaborazione di archeologi guatemaltechi e di studiosi in forza all’Istituto Archeologico Francese di Città del Messico, ha disseppellito gli scheletri, perfettamente conservati dalla fanghiglia abbondante nella giungla tropicale, di centinaia di persone: tra di loro almeno 31 nobili, gettati nella cisterna dell’acqua, un’altra dozzina in una fossa comune vicino al palazzo reale e - scoperta notevole - i corpi del sovrano Kan Maax e della regina sua sposa, buttati senza alcun riguardo in una fossa poco profonda lì vicino. Gli abitanti di Cancuen erano perfettamente consci del pericolo dell’attacco alla loro comunità, come rivelano i fossati scavati di fretta e le palizzate in legno e in pietra erette all’ultimo momento e non completate, disperato tentativo di una difesa, risultata poi vana. Simili baluardi permettono poi di comprendere che i Maya vennero attaccati proprio nel cuore del loro potere politico da un nemico esterno, probabilmente risiedente sugli altipiani dell’odierno Messico: "Probabilmente ci diranno qualcosa i resti di armi, come frecce, lance, asce, impiegate nella battaglia, che fanno pensare a una prima analisi a un progredito popolo di guerrieri", fa notare Demarest. Le ragioni del crollo dei Maya, civiltà che prosperò per più di 1500 anni in America Centrale, sono state indagate da generazioni di americanisti e hanno dato vita a una disparata ridda di interpretazioni: siccità, terremoti, pestilenze o guerre sanguinose.Sono comunque tutti concordi nel ipotizzare un crollo lento e inesorabile consumatosi nel giro di alcuni secoli e portato a definitivo compimento dall’arrivo degli spagnoli. In ogni caso quel che sembra certo, alla luce dei recenti rinvenimenti, il processo è stato innescato dall’attacco cruento a Cancuen, che è stato fissato nel tempo come un’istantanea, ancora perfettamente leggibile dagli occhi degli archeologi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;"È come se alcuni archeologi del futuro che hanno conosciuto solamente le opere dell'arte moderna scoprissero un giorno i dipinti di Michelangelo e di Leonardo Da Vinci, in particolare la Sistina in San Pietro".William Saturno, University of New Hampshire&lt;br /&gt;E, se archeologi di diversa estrazione risolvono uno dei più grandi misteri legati ai maya, altri studiosi non sono da meno ed identificano evidenze archeologiche di importanti elementi di vita quotidiana di quel lontano popolo. E’ stato scoperto il più antico campo di calcio maya: risale a 25 secoli fa e, come ha reso noto l’archeologo Fernando Acevedo, è stato trovato durante i lavori edilizi per costruire delle case nei pressi della città di Merida, nello stato di Yucatan.Realizzato appunto cinque secoli prima di Cristo, è lungo 25 metri e largo 4,5 e insieme ad altre scoperte avvenute nella stessa zona, consentirà in parte di "riscrivere la storia dei maya", poiché non si sapeva esistessero strutture nella regione nordovest dello Yucatan.Per questa civiltà, come in altre culture mesoamericane, il gioco del calcio adempieva una funzionerituale, e il relativo campo veniva costruito all’interno dei recinti cerimoniali fin da almeno 3.500 anni fa. Il gioco costituiva la spiegazione della creazione del Sole e della Luna, avvenuta dopo una partita tra gli dei Hunahpu e Ixbalanqué contro i signori del Sottomondo.Ma il rinvenimento recente più eclatante è quello di una camera affrescata a colori vivaci e intensi, con raffigurate le scene dei principali miti e delle divinità di base del vasto pantheon maya: una sorta di "Cappella Sistina", identificata da archeologi americani nella zona di El Peten, nel Guatemala del nord. Si tratta di pitture murali policrome (nove metri in lunghezza e un metro di altezza) risalenti al I secolo avanti Cristo.Abbondano i gialli, gli arancioni, i blu, i grigi e i rossi. I murales, che rappresentano la storia della creazione e del regno dei Maya, hanno al centro la scena dell’incoronazione del dio del mais e sono i più antichi dipinti murali conosciuti dell’antica civiltà centroamericana, proprio allo scaturire del periodo classico I murales si trovano sulle pareti interne di una delle piramidi del sito: “Sono un capolavoro” secondo William Saturno, professore dell’University of New Hampshire e direttore del progetto, che li ha paragonate ai dipinti di Leonardo da Vinci e di Michelangelo. Gli studiosi stanno ancora discutendo sulla funzione che la stanza decorata avrebbe avuto nella cultura maya e Saturno ha suggerito che potrebbe trattarsi di una stanza in cui il re faceva le prove generali delle sue performance pubbliche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel sito dei ritrovamenti, chiamato San Bartolo, erano già stati rinvenuti quattro anni fa alcuni dipinti e la più antica tomba reale centroamericana conosciuta finora.Ulteriori test al radiocarbonio sui dipinti hanno in seguito rivelato che la parte centrale dei murales era di 200 anni più antica rispetto a quanto era emerso in un primo momento e in uno stato di perfetta conservazione, al punto che, secondo l’archeologo “sembravano essere stati dipinti il giorno prima”.Per spiegare l’eccezionalità della scoperta lo studioso del New Hampshire ha poi aggiunto: "È come se alcuni archeologi del futuro che hanno conosciuto solamente le opere dell’arte moderna scoprissero un giorno i dipinti di Michelangelo e di Leonardo Da Vinci, in particolare la Sistina in San Pietro".La camera con i disegni, che riguardano temi mistici, rivoluzionano, secondo lo scopritore, tutto quello che finora si pensava di conoscere sugli inizi delle civiltà precolombiane; inoltre l’importanza consiste, come anticipato, nel fatto che gli affreschi, che si estendevano sui quattro muri della stanza - solo due dei quali erano ancora in piedi al momento del ritrovamento -, si ispirano alla mitologia maya sulla creazione, con le quattro divinità che rappresentano l’acqua, la terra, il cielo e il paradiso. Al centro si trovano invece due scene d’incoronazione, una raffigurante il dio dei raccolti l’altra un re vero. "L’ottimo stato delle pitture - ha spiegato Saturno - mostra che gli antichi Maya erano giunti a un alto grado di sofisticazione e di eleganza molto prima del periodo classico della loro civiltà, che risale al VII secolo d.C.". Il muro ritrovato fornisce poi la prova definitiva del fatto che i Maya, conosciuti per i progressi ottenuti nell’astronomia e nella matematica, impiegarono lo stesso rito d’incoronazione reale per oltre 800 anni.Infine i maya e le donne: l’importanza dell’elemento femminile in una società apparentemente maschilista.Niente di più errato!A rivelarlo l’ennesima, recente scoperta, di una cultura, che mai come in questi ultimi tempi ha rivelato straordinarie e arricchenti sorprese. Un’archeologa dell’Università di Calgary ed il suo team internazionale di ricercatori ha ritrovato il primo ritratto conosciuto di una donna inciso nella pietra, a dimostrazione appunto del fatto che anche le donne occupavano posizioni autorevoli all’inizio della storia Maya, come regine e divinità protettrici. &lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/5501/2458/1600/rovinedisanbartolo.jpg"&gt;&lt;img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://photos1.blogger.com/blogger/5501/2458/400/rovinedisanbartolo.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mappa del sito archeologico di San Bartolo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La scoperta è stata effettuata nei mesi scorsi in Guatemala presso il sito di Naachtun, una città situata a circa 90 km nella folta giungla a nord del famoso centro di Tikal. Il volto della donna - inciso su una stele datata al IV secolo d.C. in uno stile artistico mai visto - suggerisce inoltre che le donne avessero un ruolo centrale anche nella politica e nell’amministrazione pubblica. La donna potrebbe infatti essere una figura storica, anche se Kathryn Rees-Taylor, direttrice del team e autrice della scoperta, avanza l’ipotesi che si possa trattare di una figura mitica. Sono pochi ad essere convinti da una simile ipotesi: iscrizioni geroglifiche del Tardo Periodo Classico (600-900 d.C.) menzionano divinità femminili, ma nessuna era mai stata scoperta su una stele."Quando i testi geroglifici menzionano donne, sono sempre le mogli o le madri di qualche personaggio maschile", dicono gli esperti e pensano a un personaggio realmente esistito. La stele misura due metri di altezza, uno in larghezza e 50 cm di profondità: era stata seppellita dai propri costruttori all’interno di un antico edificio, dopo che la città fu attaccata e le iscrizioni cancellate dalle forze nemiche. Il seppellimento era un atto riverenziale che significava onore all’individuo la cui immagine era incisa sul monumento e, in questo caso, il gruppo scultoreo era completato dall’immagine di un infante, che a maggior ragione permette di pensare che siamo in presenza di personaggi storici.Ne sono certi in molti, tra cui Julia Guernsey, professoressa di Storia dell’Arte Precolombiana all’Università del Texas di Austin, che aggiunge."Se questo individuo è, come tutto lascia credere una donna storica, significa che il suo ritratto predata di oltre cento anni altre rappresentazioni su stele di donne potenti nei Bassipiani Maya nel Periodo Classico.Significa inoltre la necessità di rivalutare il ruolo e lo status delle donne all’interno delle dinamiche del Primo Periodo Classico"."L’altro aspetto affascinante dell’immagine è la sua rappresentazione formale, o stile. Il fatto che il corpo della figura sia completamente assente e l’attenzione focalizzata sulla testa e sul copricapo è molto interessante ed insolito", conclude la studiosa americana.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aristide Malnati (da &lt;a href="http://www.leadershipmedica.com/"&gt;http://www.leadershipmedica.com/&lt;/a&gt;)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-size:130%;"&gt;&lt;strong&gt;Agatha Christie appassionata di archeologia? &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'avevamo capito leggendo, per esempio, Assassinio sul Nilo, ma è stato possibile scoprirne i dettagli di questa passione visitando la mostra "Agatha Christie e l'Oriente: criminologia e archeologia", organizzata in varie città d'Europa nel 2000. La scrittrice inglese accompagnò per anni il marito archeologo, sir Max Mallowan, nelle sue campagne di scavo in Iraq e Siria, lo aiutò nel suo lavoro di catalogazione e conservazione dei reperti e scattò fotografie. La mostra presentava reperti scavati da Mallowan, fotografie inedite, prime edizioni di libri, cimeli di vario tipo e un inedito filmato a colori, girato dalla stessa Christie nel 1938 durante gli scavi di Tell Brak.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;da &lt;a href="http://www.librialice.it"&gt;www.librialice.it&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div align="center"&gt;&lt;strong&gt;LAURA BIAGIOTTI E L'ARCHEOLOGIA&lt;/strong&gt;&lt;/div&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Il mio rapporto con l’arte inizia sin dall’infanzia, ricordo l’amore per il bello che mi ha insegnato mio padre Giuseppe. L’amore per l’arte (Roma ne è la culla da millenni) mi è stato instillato sin da bambina: con mio padre, che era appassionato di musica, d’architettura, di pittura, giravamo nella bella, poco popolata, Roma degli anni ’50 con la gioia di carpire con gli occhi e con il cuore tante bellezze e certe indimenticabili atmosfere metafisiche del dopoguerra. Poi ho cominciato molto giovane a viaggiare per l’Italia e per il mondo intero. Ma di quegli anni iniziali mi sono portata dietro intatta la curiosità e la sete di cultura e di bellezza. L’amore per il bello che mi hanno insegnato si riferisce anche e soprattutto alla natura, nei suoi spettacoli continui e in eterno divenire.Finito il liceo classico mi iscrissi alla facoltà di Lettere e stavo specializzandomi in archeologia cristiana, quando mi sono trovata “catturata” dal lavoro di mia madre Delia, che aveva una sartoria di Alta Moda. Devo il mio mestiere agli insegnamenti e all’amore di mia madre e soprattutto devo a lei la religione del lavoro, nel rispetto degli impegni assunti e delle persone che partecipano alle nostre imprese. Ho dovuto prendere a vent’anni una drastica decisione e scegliere definitivamente tra lo studio delle catacombe paleocristiane e la passione per la moda.Resta comunque una traccia di questi studi nel mio modo di lavorare: amore per la ricerca, pazienza, attitudine mentale allo studio del fenomeno moda come espressione primaria dei comportamenti umani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;da &lt;a href="http://www.argoeditore.net"&gt;www.argoeditore.net&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;script type="text/javascript"&gt;&lt;!--
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